Dopo la Repubblica di Venezia e l’Impero Asburgico, la terza guida dei Paesi Estinti sarà dedicata all’Impero Ottomano, che ha ricevuto il maggior numero di voti nel sondaggio tra i nostri lettori. Il periodo ottomano, in molti paesi europei, è spesso visto in modo molto negativo, come una lunga occupazione durante la quale non è successo nulla di buono. Ma era davvero così? Abbiamo intervistato Emir O. Filipović, professore di storia medievale all’Università di Sarajevo, per gettare le basi della nostra ricerca.
L'Impero Ottomano ha amministrato per diversi secoli territori che oggi appartengono a diversi paesi europei, dall'Ungheria alla Grecia, dalla Croazia alla Romania. Quella storia viene spesso rifiutata o raccontata in termini negativi, come una lunga occupazione. Perché?
Le valutazioni del dominio ottomano come “positivo” o “negativo” sono intrinsecamente soggettive, perché dipendono dalla prospettiva moderna di ogni individuo o gruppo. Per molte narrazioni nazionali moderne, specialmente nell’Europa sud-orientale e centrale, il periodo ottomano è inquadrato come una dominazione straniera che ha interrotto i precedenti percorsi politici, impedito l’autonomia delle élite locali e imposto nuove gerarchie fiscali, giuridiche e, soprattutto, religiose. Da questo punto di vista, la violenza militare, seguita da una pesante tassazione e dalla perdita dell’indipendenza statale, è comprensibilmente ricordata come un’esperienza profondamente negativa.
Allo stesso tempo, altri aspetti del governo ottomano potrebbero essere valutati in termini leggermente più positivi, in particolare se inseriti nel loro contesto storico appropriato. L’Impero Ottomano garantì una stabilità politica di lungo termine in regioni precedentemente caratterizzate da frammentazione, le integrò in reti economiche e commerciali più ampie e spesso consentì (contrariamente a quanto si crede comunemente) un grado significativo di pluralismo religioso e di autogoverno locale. In definitiva, il dominio ottomano non fu né uniformemente oppressivo né uniformemente benefico; fu un sistema storico complesso i cui effetti variavano a seconda delle regioni, dei gruppi sociali e dei secoli, e dovrebbe essere compreso nell’ambito delle norme e dei vincoli del proprio tempo piuttosto che attraverso le aspettative moderne.
È per questo che l'Impero Ottomano è considerato un corpo estraneo in Europa?
Per secoli, quella che oggi chiamiamo “Europa” si è definita in gran parte in opposizione all’Impero Ottomano, che fungeva da grande “Altro” in termini politici, religiosi e culturali. Tuttavia, questa percezione è paradossale, perché anche gli Ottomani erano un fenomeno tipicamente europeo. Il loro Stato nacque nella regione balcanica dell’Europa e si presentò consapevolmente come l’erede di Bisanzio, il che aiuta a spiegare perché la sua espansione territoriale iniziale fosse diretta verso l’Europa sud-orientale e centrale, piuttosto che principalmente verso l’Asia o l’Africa.
In questo senso, l’Impero Ottomano può essere inteso come una sorta di “Stato europeo” che si estendeva ben oltre i confini geografici e culturali dell’Europa. Inoltre, la sua storia è stata plasmata non solo dai conflitti, ma anche da fitte reti di diplomazia, commercio e scambi culturali con altre potenze europee. Anche durante i periodi di guerra, la cooperazione pragmatica continuò, come dimostra la Repubblica di Ragusa (Dubrovnik), le cui relazioni commerciali privilegiate con il mondo ottomano sottolineano la portata delle interazioni quotidiane e delle relazioni reciproche.
Che ruolo aveva la religione nell'Impero Ottomano?
I cristiani percepivano gli ottomani principalmente attraverso una lente religiosa, identificandoli soprattutto come musulmani. In molte fonti contemporanee, il termine “turco” funzionava come sinonimo di musulmano e non era necessariamente inteso come un insulto. Pertanto, espressioni come “turska vjera”, che significa “fede turca”, erano comunemente usate per indicare l’Islam. All’interno dell’Impero stesso, tuttavia, la religione svolgeva un ruolo molto più complesso. Soprattutto nelle prime fasi dell’espansione ottomana, la fede dei conquistatori rimaneva relativamente flessibile ed era spesso propagata dagli ordini sufi e dai dervisci, le cui pratiche si discostavano dalle forme più rigide di ortodossia religiosa. Ciò contribuì a facilitare la diffusione dell’Islam nelle regioni appena annesse.
Allo stesso tempo, lo Stato ottomano istituzionalizzò la diversità religiosa e garantì alle comunità non musulmane riconosciute un certo grado di autonomia giuridica in cambio di lealtà e tributi. Sebbene i musulmani godessero di evidenti vantaggi giuridici e sociali e la conversione aprisse le porte al potere e alla mobilità sociale ascendente, l’Impero accoglieva comunque il pluralismo religioso in misura insolita per l’epoca.
Da dove si dovrebbe iniziare nella ricerca sull'eredità ottomana?
Il più grande erede dell’Impero è senza dubbio la moderna Repubblica di Turchia, ma politicamente molti visir provenivano anche dai Balcani, in particolare dall’Albania e da altre terre dell’ex Jugoslavia. Il serbo-croato era infatti una lingua molto diffusa alla corte imperiale dell’epoca, anche se i documenti erano scritti principalmente in arabo, persiano e turco. Oltre a ciò, tracce di questa eredità si possono trovare in tutto l’ex territorio imperiale. Basti pensare che nel XVI e XVII secolo era possibile viaggiare liberamente da Velika Kladuša in Bosnia-Erzegovina fino a Baghdad, senza confini né ostacoli. Il viaggio da Velika Kladuša a Zagabria (circa 70 km in linea d’aria), invece, era molto più arduo. Le strade, i ponti e gli insediamenti urbani ottomani in generale hanno lasciato un’eredità importante, anche in quei paesi in cui, dopo la fine dell’amministrazione imperiale, è stata attuata una politica di de-ottomannizzazione. Penso ad esempio a Belgrado, i cui quartieri (Kalemegdan, Tašmajdan, Dorćol, Topčider, Karaburma…) portano ancora nomi turchi.
Lei vive a Sarajevo, una città fondata durante l'Impero e che ha acquisito notevole importanza sotto il dominio ottomano. Oggi, secondo lei, qual è l'eredità più interessante – o meno ovvia – di quel periodo?
L’eredità più visibile del periodo ottomano a Sarajevo è, ovviamente, architettonica: il nucleo urbano modellato attorno alla čaršija, alle moschee, ai ponti, agli han e ai bagni pubblici definisce ancora oggi l’identità spaziale e simbolica della città. Tuttavia, un’eredità meno evidente e spesso fraintesa risiede nella lunga tradizione di pluralità religiosa di Sarajevo. Chiese ortodosse e cattoliche e sinagoghe ebraiche sorsero e funzionarono all’interno di una città il cui quadro istituzionale era stato modellato sotto il dominio ottomano, riflettendo un modello di convivenza strutturato, gerarchico e pragmatico piuttosto che moderno o egualitario. Ciononostante, era reale.
Questo contesto è importante, soprattutto se si considera il periodo degli anni ’90, quando Sarajevo era considerata non solo una capitale politica, ma anche un simbolo. Il suo patrimonio ottomano, spesso ridotto a un segno di “alterità” o di identità “orientale”, era invocato per mettere in discussione il suo posto in Europa. In questo senso, l’eredità ottomana della città non è solo storica, ma continua a plasmare il modo in cui Sarajevo è percepita, contestata e difesa oggi.





