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La storia degli italiani che vivono in Bosnia-Erzegovina da fine Ottocento

La comunità di Štivor © Štivorling

A Štivor, nel nord della Bosnia-Erzegovina, si è stabilita a fine Ottocento una comunità di italiani proveniente dal Trentino. Parlano un dialetto particolare, lo stivoroto, che un gruppo di linguisti ha deciso di studiare, come modo per raccontare anche la storia e le tradizioni di questa piccola comunità. Abbiamo intervistato Rossella Montibeler e Marija Runić delluniversità di Banja Luka a proposito del loro progetto Štivorling.

Come inizia la storia degli italiani di Štivor?

La comunità iniziale, circa un centinaio di persone, arriva nell’attuale Bosnia-Erzegovina attorno al 1882. Inizialmente non risiedono a Štivor, ma in località più isolate, vicine ai boschi, poi, gradualmente, si spostano verso quello che è oggi Štivor.

Arrivavano da alcuni paesi della Val Sugana (Roncegno, Caldonazzo, Levico, Mattarello…) che erano stati colpiti l’anno prima da una grave alluvione del fiume Brenta, che aveva spinto molte persone a emigrare anche in Sud America. Tra chi arrivò in Bosnia-Erzegovina, amministrata dall’Impero asburgico dal 1878, c’erano anche delle famiglie che sarebbero dovute andare in Argentina, ma che furono truffate da chi doveva portarle là. Furono proprio le autorità asburgiche a offrire loro alcune terre da queste parti, nei dintorni di Prnjavor, con l’intento anche di popolare questa regione appena sottratta all’amministrazione dell’Impero ottomano. Era una pratica comune, anche nell’area di Tuzla o nell’attuale Slavonia croata.

Come si sviluppa la comunità nel corso del tempo?

È difficile parlare in termini statistici. Dopo l’arrivo a fine Ottocento, si stima che attorno agli anni 1960-1970, la comunità contasse circa 500 membri, ma si tratta di una stima, perché al censimento queste persone non si non si dichiaravano come italiani, ma spesso come croati perché cattolici. Gli anni Novanta segnano uno spartiacque. A causa della guerra in ex Jugoslavia, molte famiglie partono e la comunità ne risulta dimezzata. In quel periodo, inoltre, i membri della comunità ricevono la cittadinanza italiana e molte persone partono per il Trentino. Oggi, sono rimaste poche decine di persone, anche se l’ultimo censimento, quello del 2013, è poco affidabile, perché raggruppa tutti coloro che non si dichiarano serbi, croati o bosgnacchi in un’unica categoria, gli “altri” (ostali). La nostra stima è che oggi ci siano circa 60-70 persone residenti durante l’anno, mentre a Ferragosto e a Natale i numeri raddoppiano o triplicano, quando rientra la diaspora in visita.

Maria, Mira, Rossella e Regina a Štivor. Credit: Štivorling

Com’è iniziato il vostro progetto di ricerca?

Il progetto è partito nel 2023. Il primo impulso è stato dato da Pavel Falaleev, un linguista dell’Università di Helsinki che ha scelto di analizzare proprio il dialetto di Štivor, lo stivoroto. Ha contattato Marija Runić e iniziato a raccogliere i primi dati. Dopo le prime interviste, abbiamo deciso di raccogliere delle parole e abbiamo creato un sito per condividere dei video in cui si può sentire la lingua parlata – 1-2 minuti con dei piccoli racconti, e stiamo anche sviluppando un dizionario, cartaceo e digitale. Abbiamo ad esempio la ricetta della sarma, fatta con l’orzo e non con il riso.

Di che tipo di dialetto parliamo?

Lo stivoroto è un dialetto veneto parlato in Trentino, ma è interessante notare che gli abitanti di Štivor non avevano coscienza che si trattasse di un dialetto, pensavano fosse un misto di italiano e serbo. Dopo la Seconda guerra mondiale, infatti, gli abitanti di Štivor hanno preso la cittadinanza jugoslava e dagli anni Sessanta hanno iniziato a studiare l’italiano a scuola. A lungo gli insegnanti vietavano ai bambini di parlare in dialetto e i piccoli approcciavano l’italiano come una lingua straniera. Lo stivoroto è un dialetto arcaico, che non è evoluto come il resto del dialetto veneto del Trentino. È rimasto, per certi versi, al 1880. Col tempo, poi, si è arricchito di influssi serbi, che ne fanno un caso unico. Parliamo ad esempio di kolace (dolci), di torbeta (invece di borsetta)….

Dizionario stivoroto-serbo © Štivorling

Lo studio del dialetto è un modo per raccontare anche la comunità?

Esattamente. Non rinunciamo alla descrizione del dialetto, ma l’obiettivo principale è diffondere conoscenze. Anche per la comunità stessa, per ringraziare chi ci aiuta a capire questa lingua. L’archivio digitale permette di portare la ricerca fuori dal mondo accademico. È un po’ un omaggio a questa lingua e alle persone che ancora la parlano. Il dialetto è poi un modo per coinvolgere anche chi è partito da Štivor, ma ricorda qualche parole, qualche espressione.

Oggi, lo stivoroto sta però scomparendo. Perché?

I parlanti sono pochissimi, una decina tra i 70-80 anni. Il dialetto rischia insomma di scomparire in fretta. Il patriarcato ha in qualche modo accelerato la scomparsa dello stivoroto, perché nel tempo, gli stivorani che si sposavano con donne serbe, lasciavano alle mogli la gestione della casa e dei figli, che venivano inevitabilmente educati in serbo-croato. A scuola poi era l’italiano standard che veniva insegnato, spesso scoraggiando l’uso del dialetto.

Se uno volesse visitare Štivor, in che momento la troverebbe più animata?

La festa di San Giovanni, a fine giugno, è un momento in cui si riunisce tanta gente anche tra gli stivorani provenienti dall’estero.

Štivor © Štivorling