L’attuale capitale della Bosnia-Erzegovina fu fondata nel XV secolo in seguito alla conquista ottomana dei Balcani. A differenza delle città sorte nello stesso periodo in altre parti d’Europa, Sarajevo fu costruita senza mura. “All’epoca, far parte dell’Impero ottomano era una garanzia sufficiente di sicurezza”, afferma Emir O. Filipović, storico dell’Università di Sarajevo.
Quando Emir O. Filipović risponde al telefono per questa intervista sulle origini di Sarajevo, il consiglio comunale della capitale bosniaca ha già discusso di questo argomento. “La precedente amministrazione comunale ha preso in considerazione l’idea di istituire una nuova festività per commemorare la fondazione della città, ma non è così semplice”, spiega lo storico, docente all’Università di Sarajevo.
L’attuale capitale della Bosnia, prosegue Filipović, fu fondata nel 1462 come vakuf, termine derivato dall’arabo waqf (وقف), che nella legge islamica indica una donazione a scopo benefico o un bene dedicato a fini di pubblica utilità. “Il vakuf è un bene che non può essere ereditato, dedicato in modo permanente allo scopo per cui è stato creato: può consistere in una moschea, un bagno pubblico, una biblioteca, una fontana, persino una piazza pubblica. Il fondatore nomina un amministratore – spesso un parente o un amico – e i proventi generati dal vakuf vengono utilizzati per mantenere le strutture e finanziare i servizi pubblici”, spiega Filipović.
Il primo vakuf di Sarajevo fu fondato nel 1462 da Isa-beg Isaković, il nobile ottomano che aveva trascorso decenni a conquistare il Regno di Bosnia: un castello, una moschea, un ponte, alcuni mulini. Da lì, la città iniziò a crescere. Anche il nome racconta la storia: Saraj era il nome del palazzo costruito da Isa-beg – da qui, Sarajevo.
Come funzionava il sistema del vakuf?
Nel 1531, Gazi Husrev-beg, nobile e nipote del sultano inviato a governare la regione, fondò il secondo grande vakuf. Sarajevo divenne così un vero e proprio centro urbano e commerciale. Oltre alla grande moschea, che si erge ancora oggi, Husrev-beg finanziò una medresa (scuola coranica), una biblioteca, una mensa pubblica che offriva pasti gratuiti ai poveri e un han – una sorta di albergo dove i mercanti potevano pernottare fino a tre notti senza alcun costo. Tutto questo era finanziato dagli affitti della Baščaršija, il grande bazar che lui stesso aveva fondato. Artigiani e commercianti pagavano per occupare i loro spazi, e quelle entrate coprivano gli stipendi degli insegnanti e degli imam, nonché il cibo per la mensa pubblica. Il sistema funzionò, praticamente immutato, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Come si è sviluppata la città nei secoli successivi alla sua fondazione?
Innanzitutto, va detto che Sarajevo non è sempre stata la capitale della Bosnia-Erzegovina. Verso la fine del XVI secolo, con lo spostamento delle campagne militari verso nord, Banja Luka divenne il centro amministrativo. Successivamente fu la volta di Travnik, fino alla metà del XIX secolo. Sarajevo tornò ad essere la capitale solo nel 1850–1851. Nel frattempo, aveva attraversato uno dei momenti più drammatici della sua storia: nel 1697, il principe Eugenio di Savoia – una figura straordinaria, originariamente destinata alla carriera religiosa, che invece divenne il più grande generale al servizio degli Asburgo e costruì il Belvedere a Vienna – arrivò a Sarajevo e appiccò il fuoco alla città e alle sue moschee, portando con sé la popolazione cattolica mentre se ne andava. Fu un colpo devastante: Sarajevo perse la sua prosperità, si chiuse in se stessa, eresse mura e smise di costruire. Quell’attacco segnò anche la fine del lungo ciclo espansionistico ottomano: il 1683, con l’assedio fallito di Vienna, era stato il punto di svolta, e da allora in poi gli Asburgo avanzarono. Il Trattato di Carlowitz del 1699 ridisegnò l’intera mappa della regione – Dubrovnik ottenne in quell’occasione Neum per l’Impero ottomano, per avere uno sbocco sul mare indipendente da Venezia. Gli Asburgo, tuttavia, quando giunsero a governare la Bosnia alla fine del XIX secolo, si dimostrarono pragmatici: riconobbero la legge islamica e permisero al sistema del vakuf di sopravvivere. Fu solo sotto il regime comunista jugoslavo del dopoguerra che il sistema fu definitivamente smantellato.
Cosa rimane oggi di tutto questo, passeggiando per Sarajevo?
Molto. La Baščaršija è ancora il cuore della città, e le sue strade portano ancora i nomi delle antiche corporazioni artigiane: la via dei fabbri, dei sellai, dei profumieri. Alcuni artigiani anziani continuano a esercitare il loro mestiere. Al centro del bazar si erge il Brusa Bezistan, un mercato coperto il cui nome tradisce le origini delle merci che vi arrivavano: Bursa, in Anatolia, era l’ultima tappa della Via della Seta, e i tessuti che percorrevano quella rotta finivano qui, a Sarajevo. Poi c’è la Moschea di Husrev-beg, ancora in uso, con la sua biblioteca. E infine, la torre dell’orologio.
La fondazione della città è oggi al centro di un dibattito politico. Può spiegarci di cosa si tratta?
È una questione complessa. Sarajevo ha già una data importante: il 6 aprile, anniversario della sua liberazione dai fascisti nel 1945. Ora, la precedente amministrazione comunale ha proposto un’iniziativa per aggiungere una data di fondazione legata al vakuf originale del 1462. Il problema è che il documento in nostro possesso, il vakufnama, specifica solo che è stato redatto durante un periodo di dieci giorni di un certo mese del calendario islamico, che corrisponde approssimativamente al periodo tra il 1° e il 10 febbraio. Quale giorno scegliere? Ma la vera questione non è di natura tecnica. Alcuni sostengono che insistere sull’eredità ottomana significhi mettere in ombra la memoria antifascista. Altri sottolineano che Isa-beg Isaković, il fondatore del primo vakuf, fu anche il conquistatore che terrorizzò per decenni la popolazione bosniaca preesistente. Il regno bosniaco medievale aveva un proprio parlamento, una propria moneta, una propria identità: Mehmed II portò l’Islam, ma non arrivò in pace. Come storico, non posso fingere che esista solo il lato positivo, o solo quello negativo. La verità, come spesso accade, è molto più complessa e si trova da qualche parte nel mezzo.





