Abbiamo parlato con Vasiliki Kartsiakli, archeologa e co-fondatrice di dot2dot, agenzia di Salonicco che progetta tour tematici della città, delle tracce lasciate dagli ottomani in quella che per quasi cinque secoli è stata una delle grandi città dell’impero.
Salonicco cadde nelle mani di Murad II nel 1430, strappata al controllo veneziano con un assedio che, racconta Vasiliki, «si concluse dopo tre giorni». Il punto da cui le truppe ottomane entrarono in città è ancora oggi identificabile, anche se la torre che vi si vede fu costruita dopo la conquista ottomana, come parte delle fortificazioni successive. Salonicco era, dice, «la seconda città più importante dell’Impero ottomano dopo Costantinopoli, e il suo terzo porto»: un crocevia in cui cristiani, ebrei e musulmani vivevano fianco a fianco. Nel 1912, durante la prima guerra balcanica, la città entrò a far parte dello Stato greco; un decennio più tardi, lo scambio di popolazioni del 1923 tra Grecia e Turchia allontanò la maggior parte dei residenti musulmani e portò migliaia di profughi ortodossi dall’Asia Minore, ridisegnando ancora una volta il volto della città.
L'itinerario
Eptapirgio e la Città Alta (Ano Poli). Si parte dall’unico quartiere storicamente turco della città, arroccato sopra il centro e affacciato sul mare. Le sue case turco-ottomane — uno stile diffuso in tutti i Balcani — salivano lungo la collina per la vista e per il riparo offerto dalle fortificazioni. Da cercare: le vecchie fontane ottomane, da cui di recente è tornata a scorrere l’acqua, e un turbe, un’elegante tomba a cupola un tempo parte di un monastero.
In discesa verso via Egnatia: circa 25 minuti.
Bey Hamam. Voluto da Murad II e completato nel 1444, è il più grande bagno ottomano superstite in Grecia, con ali separate per uomini e donne — e, dice Vasiliki, «una sala riservata soltanto al sultano». Un hamam non è mai stato solo un bagno: era il luogo in cui la città parlava, spettegolava e faceva affari, un po’ come oggi un caffè. Chiuso per decenni, oggi è di nuovo accessibile come monumento.
5 minuti a piedi.
Bezesteni. Questo mercato coperto a cupole prende il nome da una parola persiana che indica il tessuto. Qui i mercanti commerciavano stoffe pregiate, ma il bezesteni, oltre agli altri usi, funzionava anche come una sorta di banca, dove si potevano depositare gioielli e documenti importanti. I cronisti di viaggio ottomani dividevano le città in quelle dotate di un bezesteni e quelle che ne erano prive: Salonicco ne aveva uno, e le strade attorno si svilupparono in un quartiere commerciale a sé stante.
3 minuti a piedi.
Moschea di Hamza Bey. Costruita nel 1467, è la più antica moschea superstite della città e il primo monumento del suo quartiere: insieme al bezesteni e a un hamam, forma una triade ottomana da manuale — mercato, bagno, moschea. Più tardi ha avuto una vita molto diversa come cinema, l’Alkazar, nome che molti abitanti usano ancora.
Circa 18 minuti verso nord, fino alla Rotonda.
La Rotonda. Una rotonda romana, poi chiesa bizantina, poi moschea ottomana. «Negli anni Venti furono abbattuti ventisei minareti», dice Vasiliki. «È sopravvissuto solo questo»: già allora letto come un monumento multiculturale a sé stante.
Circa 15 minuti verso est, fino al lungomare.
La Torre Bianca. La torre di fortificazione ottomana che un tempo faceva da caposaldo alle mura sul mare: le mura furono abbattute nel 1869, ma la torre rimase in piedi. Oggi ospita un museo su sei piani dedicato alla storia della città; secondo un racconto molto diffuso, un prigioniero si guadagnò la libertà imbiancando le pareti macchiate di sangue — una leggenda che gli storici guardano con scetticismo, dato che vecchie fotografie mostrano l’edificio già chiaro prima di allora.
Da qui vale la pena proseguire verso il porto e Ladadika: sotto Abdül Hamid II la costruzione del porto e dei suoi impianti divenne realtà (1896-1910) e attorno al 1910 aprì un elegante edificio della dogana — il primo edificio in cemento della città — là dove gli scaricatori, molti dei quali ebrei, sbarcavano le merci dalle navi che arrivavano ogni giorno dall’Europa.
Tempo di percorrenza totale: poco più di un’ora a piedi; da calcolare circa tre ore complessive, comprese le visite all’hamam, alla moschea, alla Rotonda e al museo della torre.
Un'eredità più sentita che nominata
La parte più sorprendente della Salonicco ottomana, ci racconta Vasiliki, non sono i monumenti: è tutto ciò che nessuno pensa sia ottomano. «Le persone possono non sentire di avere un legame con l’eredità ottomana, eppure quel legame c’è», dice. «Il cibo, il caffè, il tempo che passiamo nei caffè, le parole turche nel greco di tutti i giorni: questa eredità è qualcosa che qui si vive molto più di quanto la si riconosca consapevolmente. Dopo il 1912 si è imposta l’idea che tutto ciò che era turco andasse cancellato».
Quella cancellazione ha segnato i monumenti; non è mai arrivata alle cucine. Quello che i greci chiamano caffè greco è caffè turco con un altro nome. «Baklava, dolmades, imam bayildi, perfino la moussaka: riflettono tutti influenze ottomane e, più in generale, del Mediterraneo orientale», dice Vasiliki. Accanto ai piatti c’è un lessico: parole turche e toponimi come bahçe, pazari e tsinari sono entrati a far parte del greco quotidiano. Il rebetiko è un caso più sottile: non una sopravvivenza ottomana in senso stretto, ma una fusione nata dopo il 1922, quando i profughi di Smirne — a sua volta città ottomana cosmopolita — portarono melodie dell’Asia Minore e influenze del Mar Nero e dei Balcani, mescolandole con le musiche che incontrarono tra la gente di Salonicco, anche nei porti e nelle carceri. Dagli anni Novanta le autorità per il patrimonio hanno preso la direzione opposta, restaurando anziché cancellando: la prova che questo passato, riconosciuto o no, non ha mai lasciato la tavola.





