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Il minareto più a ovest (forse): l’eredità ottomana in Croazia

Drniš in epoca ottomana – By Coronelli, Vincenzo (1650.-1718.) - Wikimedia, CC BY-SA 4.0

Un minareto a Drniš che l’ente turistico locale dice essere “il più occidentale dell’Impero ottomano” (la mappa non è del tutto d’accordo) è il punto di partenza per un viaggio nell’eredità ottomana in Croazia: quella rimasta, quella scomparsa e quella che portiamo ancora in tavola.

A Drniš, nell’entroterra di Šibenik, ai piedi della fortezza Gradina, si alza un tronco di pietra giallastra alto una dozzina di metri. È un minareto ottomano, probabilmente del Cinquecento, e secondo l’ente turistico locale è il più occidentale mai costruito dall’Impero. Il primato merita però un asterisco: la moschea Fethija di Bihać, appena oltre il confine bosniaco, si trova qualche chilometro più a ovest, per non parlare di Algeri. La sua storia resta comunque notevole. In un’incisione del 1708 appariva già mozzato. Nel 1877 il comune di Drniš chiese fondi per restaurarlo, ma la Commissione centrale di Vienna rispose che si trattava di un monumento di importanza “esclusivamente locale”. I restauri arrivarono solo nel 1967-68, nel 1981 e nel 1989, come ricostruiscono gli storici dell’arte Anđelko Mihanović e Frane Prpa in uno studio appena pubblicato. Nel secolo e mezzo di dominio ottomano (1522–1683) Drniš ebbe cinque moschee e quattro minareti. Oggi ne restano questo minareto, rimasto senza la sua moschea, e la moschea di Halil-hodža, diventata la chiesa di Sant’Antonio. Quella di Šahin-aga Terzibalić fu trasformata nella chiesa di Santa Barbara, che crollò a fine Settecento: parte delle sue pietre finì nel campanile di Sant’Antonio.

Dalmatia : the Quarnero and Istria with Cettigne in Montenegro and the Island of Grado by Jackson, Thomas Graham, Sir, 1835-1924
Dalmatia : the Quarnero and Istria with Cettigne in Montenegro and the Island of Grado by Jackson, Thomas Graham, Sir, 1835-1924
Il minareto di Drniš – Gaytom1983, Wikimedia
Il minareto di Drniš – Gaytom1983, Wikimedia

Sant’Antonio non è un caso isolato. In Croazia sopravvivono tre moschee ottomane, tutte del XVI secolo e tutte salvate dalla conversione in chiese. Oltre a quella di Drniš, ci sono la moschea di Ibrahim-pascià a Đakovo (1565), a lungo chiesa di Ognissanti, e quella di Murat-beg Tardić nella fortezza di Klis (1537 circa), oggi chiesa di San Vito. Del resto, buona parte dell’attuale Croazia fu ottomana per periodi molto diversi. Makarska cadde intorno al 1499 e passò a Venezia nel 1646. Klis resistette fino al 1537 e fu conquistata dai veneziani nel 1648. La Slavonia fu conquistata tra il 1526 e il 1552 e “liberata” dagli Asburgo tra il 1687 e il 1691. La Lika rimase ottomana fino al 1689, e alcune zone di confine del Kordun, come Cetingrad, tornarono agli Asburgo solo nel 1790. Non furono invece mai conquistati Zagabria e il nord-ovest, l’Istria, le isole e le grandi città costiere veneziane come Zara, Sebenico, Traù e Spalato, né Dubrovnik, che pagava un tributo alla Sublime Porta ma restò indipendente. Tra le altre testimonianze, lo storico dell’architettura Zlatko Karač ricorda in un’intervista a tportal il han di Vrana (1644/45), caravanserraglio del visir Jusuf-pascià Mašković e più grande monumento ottomano del Paese. Cita poi l’hammam di Ilok e la “fontana dei tre re” ai piedi di Klis.

Maškovića han a Vrana. Foto: Marija Cvetković, Wikimedia
Maškovića han a Vrana. Foto: Marija Cvetković, Wikimedia

Molto di più è scomparso. Dopo la ritirata degli ottomani i simboli dell’islam furono demoliti in modo sistematico, e spesso erano le stesse guarnigioni in fuga a bruciare le città. Petrinja, l’unica città fondata ex novo dagli ottomani in Croazia, fu costruita in tre settimane nel 1592 e bruciò per intero due anni dopo. Vicino a Vukovar, un ponte di legno lungo 550 metri sulle paludi della Vuka, costruito nel 1526 per far passare l’esercito, restò in uso per 250 anni. A Osijek il leggendario ponte di Solimano attraversava le paludi della Baranja per quasi otto chilometri, e si dice che quando la Drava è bassa se ne vedano ancora i resti.

Il ponte di legno di Osijek. By Edward Brown (1674) - Public Domain
Il ponte di legno di Osijek. By Edward Brown (1674) - Public Domain

Come spesso accade, però, l’eredità più viva è quella che non si vede. Come a Salonicco, anche in Croazia l’Impero sopravvive nelle parole di tutti i giorni: jastuk (cuscino), čarapa (calza), šećer (zucchero) e boja (colore) vengono dal turco. Sopravvive nella turska kava bollita nella džezva, che molte famiglie preparano ancora a casa. E sopravvive a tavola, dal burek (dal turco börek) ai ćevapi, che hanno la stessa radice del kebab. Insomma, questo è solo l’inizio del viaggio.

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